La Coalizione sociale si presenta: “Non vogliamo voti, riconquistiamo diritti”

coalizione sociale bologna

Un momento dei lavori della Coalizione sociale di Bologna

Bologna, 4 ott. – Tre relazioni introduttive in cui si è parlato di scuola, lavoro e migranti, e tre tavole rotonde per confrontarsi sulle questioni dei “saperi”, del ruolo del sindacato e della rigenerazione urbana. Una giornata di dibattiti e discussioni per iniziare a dare forma alla Coalizione sociale in salsa bolognese. Sabato al circolo Arci di San Lazzaro si sono ritrovati in duecento, sindacalisti della Fiom, militanti dei centri sociali Tpo e Làbas, dirigenti dell’Arci, della Uisp e di Libera, studenti, volti noti del movimento per la scuola e dei comitati per l’acqua pubblica, una manciata di tesserati e rsu Cgil.

Dopo i proclami, gli incontri nazionali e le conferenze stampa, tocca ai territori dare vita alla Coalizione sociale di Landini e Rodotà. E il gioco si fa se possibile ancora più difficile perché, per usare le parole del giuslavorista Franco Focareta, uno dei relatori della giornata, bisogna dare gambe e concretezza alla voglia “di mettere assieme quei brandelli di società che ancora esprimono protagonismo”. “Altrimenti – aggiunge qualcuno – la Coalizione sarà solo una copia del Social forum o di Uniti contro la crisi, progetti che sul lungo periodo non hanno inciso poi molto”.

“Come fare a cambiare le cose?“, è stata la domanda che molti hanno posto durante le tavole rotonde. La soluzione, prima delle manifestazioni, dei cortei e delle richieste formali alla politica, sembra essere quella dei progetti sul territorio. Due esempi su tutti. L’idea che l’Arci nazionale, che già in parte si occupa di accoglienza, possa creare una rete capace di portare i migranti direttamente nella case degli studenti universitari, invece che nei maxi centri assistenza affollati e spesso incapaci di garantire una reale integrazione agli ospiti. “Immaginate un migrante in un appartamento di universitari. Ragazzi con storie differenti ma con più o meno la stessa età, sarebbe un progetto con una capacità di integrazione mai vista. Prima però bisogna lavorarci seriamente”, ragiona Filippo Miraglia, vicepresidente nazionale di Arci. Altra idea: creare un ponte tra le fabbriche dove la Fiom è più radicata e i contadini locali, per mettere sulle tavole degli operai cibo genuino, bio e a km0, e per tagliare fuori “la grande distribuzione alimentare con tutte le sue storture”.




“Questo è un processo che non guarda ai tempi e ai meccanismi elettorali, nemmeno a quelli bolognesi – spiega Valerio Bondi, responsabile organizzativo della Fiom di Bologna – Vogliamo costruire rapporti diversi mappando i bisogni e provando a organizzare soluzioni. Solo a quel punto, quando avremo fatto qualcosa di concreto, potremo porre il tema delle vertenzialità”. Non che i mercatini bio, i gruppi di acquisto o le iniziative di accoglienza non ci siano già. “Certo che ci sono, ma le nostre organizzazioni garantiscono alla proposta un’economia di scala che prima non c’era”. “Certo se convinci una fabbrica con centinaia di operai a rifornirsi dai contadini locali allora devi avere fatto bene le cose, perché poi i mercatini non basteranno più. Ma se funziona poi potrai parlare e farti sentire su accesso alla terra e al credito, sull’acqua e sulle filiere distributive”.

“Siamo di fronte a un cambiamento epocale e pochi se ne stanno accorgendo, bisogna ripartire assieme da zero per riconquistare i diritti e affrontare i problemi che ci sono”, dice Bruno Papignani, numero uno della Fiom regionale. Papignani rifiuta, come inizialmente in programma, di chiudere con un intervento politico la giornata. “Dovevo farlo, ma non lo farò. Non dobbiamo creare personaggi o capi tribù, e tutti quelli che sono qui sanno che dovranno pagare un prezzo: non potranno rappresentare la Coalizione trovando sedie, dovranno rimanere militanti”. “Per ora – commenta Nicola Limonta del Tpo – qui ci sono organizzazioni che iniziano a pensare a cosa fare assieme nel vuoto della politica cittadina. Dire che già facciano cose assieme sarebbe prematuro. La scommessa è però è proprio quella, dare risposte dal basso a questioni su cui l’amministrazione comunale non ha risposte”. Certo il rischio è quello di restare fuori dai radar dei media, soprattutto in tempi elettorali, “ma noi – conclude Papignani – non abbiamo fretta di diventare sindaci o di finire in parlamento”.

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