Tre anni di residenza per chiedere una casa popolare. Tutti i ‘no’ all’emendamento Pd

Bologna, 15 mag. – Sarà in aula il 26 maggio la delibera regionale che rivede i criteri di accesso e permanenza negli alloggi pubblici in Emilia-Romagna, introducendo il criterio minimo dei tre anni di residenza approvato ieri in commissione regionale. Un criterio introdotto da un emendamento del partito democratico approvato in commissione con i soli voti dem. Astenuti la Lega, che pure canta vittoria, M5s e Fdi (che anche in altre sedi chiede un “massimo 20% di alloggi Erp a stranieri”). Sel contraria assieme all’Altra Emilia-Romagna.

Le critiche al provvedimento. L’assessore di Bologna al welfare Amelia Frascaroli boccia invece il provvedimento: teme l’esclusione di fasce dell’immigrazione, mentre l’assessore alla casa Malagoli critica la modifica di criteri importanti senza consultare i Comuni: “non ne abbiamo mai discusso con nessuno, tre anni di attesa sono troppi, la popolazione è ormai estremamente mobile e frammantata”.

Il Pd e la Regione Emilia-Romagna hanno ceduto alla ”vulgata” degli stranieri che passano davanti agli italiani nelle graduatorie per la casa popolare. A dirlo è Mauro Colombarini, coordinatore regionale del Sunia, il sindacato degli inquilini aderente alla Cgil. Alla vicepresidente Elisabetta Gualmini, il Sunia ha già mandato una richiesta di incontro. “Se siamo stati informati preventivamente? Assolutamente no- lamenta Colombarini- chiediamo una discussione concreta sull’applicazione della norma.

Esulta la Lega. Un nuovo criterio (la residenza minima di tre anni) che per la Lega Nord è una vera e propria “rivoluzione delle case popolari”, tanto che ieri in commissione Territorio ha spaccato la maggioranza regionale: “C’è una parte del Pd dialogante – sottolinea il capogruppo leghista Alan Fabbri – che ringraziamo” e “c’è una porzione di sinistra, che ha in Sel la sua fronda ‘talebana’, che è evidentemente fuori dal buon senso”.

Fabbri punta il dito sul consigliere regionale Igor Taruffi, capogruppo di Sel, che ha votato contro il criterio dei tre anni: “una sinistra rimasta indietro di un secolo”, accusa, e “interessata solo agli immigrati”. Il capogruppo ha ricordato che “la Lega aveva inizialmente proposto 10 anni, con la disponibilità a scendere a 5 in caso di intesa con Pd”, ma “ciò che conta – afferma oggi – è che sia passato un principio di equità sociale, già introdotto in alcune Regioni rosse”.

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