1980. Quando i protocolli per l’emergenza non esistevano

Bologna, 2 ago. – Miriam Ridolfi, ora scrittrice ed ex Preside del Liceo Righi, il 2 agosto 1980 era assessora al decentramento. Era stata eletta da pochi giorni e, in quanto assessore di turno, è stata lei a coordinare i primi soccorsi. Nel 1980 non c’erano protocolli d’emergenza e il centro di coordinamento ha funzionato grazie alla disponibilità di tutte le parti della città. Impiegati, dirigenti, Prefettura, Questura ma anche i quartieri. “I diciotto quartieri si sono messi in moto. Ognuno ha fatto la sua parte, anche quella piccolissima: aprire la casa, portare un fiore, conoscere le lingue per rispondere al telefono”, spiega Ridolfi. Sindacati e associazioni fecero subito la loro parte. Per questo, spiega l’ex assessora, “la medaglia d’oro al valor civile è stata data alla risposta della città. Non ad un qualche personaggio eroico ma alla città”.

L’assessora rimase all’interno di Palazzo D’Accursio per cinque giorni. “Sono uscita dal Comune la prima volta per tornare a casa mercoledì, quando ci furono i funerali”, racconta. La strage avvenne di sabato. Ridolfi, anche alla luce della sua esperienza da preside, commenta quel giorno dicendo che “la parola d’ordine dovrebbe essere coordinare, mai dirigere”.

Miriam Ridolfi ha dato via al progetto “storie di Miriam“, sui temi della pace e dell’educazione al rispetto di sé e dell’altro come persona.

A ricordare la mancanza di un protocollo d’emergenza è anche Paola Sola, che era dipendente del Comune e segretaria di Ridolfi. Sola ricorda come siano state messe in piedi anche delle linee telefoniche di emergenza per non intasare quelle esistenti. Per lei era il primo giorno di ferie ed è arrivata davanti alla stazione in bicicletta, prima di andare a Palazzo D’Accursio.
“Un sacco di donne si sono messe a lavorare”, anche solo per cercare i fiori, in un periodo in cui tutti i negozi erano chiusi per ferie. Soprattutto c’era bisogno di un ruolo di coordinamento, tenendo i contatti con gli ospedali e la Prefettura, incrociando le segnalazioni dei dispersi con i primi nomi delle vittime. “Nessuno è preparato a queste cose, il protocollo si è preparato lì per lì”.

Angelo Caivano il 2 agosto a Bologna faceva il militare di leva. Per tutta la giornata ha fatto l’autista di jeep dalla stazione alle caserme. Il commilitone presente durante la strage e a cui ha dato il cambio era sconvolto. “Per noi di leva il treno era il ritorno a casa per la licenza” ricorda. E ricorda bene anche come all’interno della caserma gli ufficiali non apprezzassero il fatto che si parlasse della matrice politica della strage. “Invece io raccolsi uno dei volantini del movimento bolognese e lo affissi in bacheca. Successe un putiferio. Ci volevano punire, fecero un interrogatorio”.

Caivano, che torna a Bologna ogni anno da Roma, ricorda anche la solidarietà: “Tante tante persone accorsero ad aiutare. Anche a distanza di anni penso a questa forza e mi ritorna indietro”.

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