Bifo: “Il convegno sulla repressione fu il nostro più grande errore”

Indiani e Circoli – foto flickr CC BY-NC-ND 2.0

Bologna, 16 mar. – Come si arrivò a quel punto? Questa mattina se n’è discusso ai microfoni di Radio Città del Capo, con i protagonisti del ’77 bolognese. Ospiti ad Oltre le Mura, Mauro Collina di Lotta Continua e amico di Francesco Lorusso, Ugo Mazza ex Pci e Valerio Minnella di Radio Alice si sono confrontati sulle dinamiche tra partito e movimento, ricordando la battaglia contro l’aumento degli affitti a San Donato , ma anche il rapporto tra il movimento e la città di Bologna. “Si parlava solo di vetrine rotte – dice Minnella – e non del fatto che era stata uccisa una persona. Collina e Minnella concordano: il ‘77 è stato l’anno in cui ci si rese conto che davvero non c’è futuro. Anche per Francesco ‘Bifo’ Berardi il ‘77, con la consapevolezza della fine della modernità, anticipa i temi della precarietà, della fine della politica, della crisi della democrazia. In studio anche Luca Alessandrini, direttore dell’Istituto Storico Ferruccio Parri: “il ‘77 è stato la frattura prodotta dall’incapacità dello Stato, delle istituzioni e dei partiti di capire ciò che stava accadendo nel Paese, di capirne le dinamiche sociali, di accoglierle e risolverle”. “È il momento in cui – secondo Alessandrini – il movimento si rende conto che questa società è irriformabile, che l’intera situazione italiana è in un vicolo cieco.”

In diretta telefonica invece Michele Smargiassi, giornalista di Repubblica, che all’epoca dei fatti era una matricola della Facoltà di Lettere. Smargiassi parla di “verità negata” per i fatti dell’11 marzo. “Una riflessione sul ’77 – dice – Bologna non l’ha mai voluta fare fino in fondo perchè le ha sempre fatto molta paura.” Lo scenario della morte di Francesco Lorusso, secondo il giornalista, è paragonabile in qualche modo all’assassinio di Carlo Giuliani in Piazza Alimonda a Genova nel 2001: un mezzo dei Carabinieri intrappolato in mezzo agli scontri, un militare di leva che spara. Una “coincidenza inquietante”. “Anche il giudice Catalanotti, inquisitore del movimento, vent’anni dopo mi espresse la convinzione che a Bologna qualcuno avesse cercato il morto per creare un punto di non ritorno” racconta Smargiassi. E se la scelta della repressione, per Alessandrini, rappresenta l’indisponibilità dello Stato a riconoscere la nuova situazione che si era creata, “Bifo” Berardi ragiona sul Convegno contro la repressione del settembre dello stesso anno. “Il nostro errore più grande sul piano politico – dice – Avremmo dovuto insistere non sull’opposizione, ma sull’immaginazione, avremmo dovuto fare un convegno su come sarebbe stato il mondo dieci anni dopo. Meno gente sarebbe finita dentro le strutture della lotta armata e forse avremmo dato più strumenti a chi voleva innovare in maniera radicale e libertaria la vita sociale. Abbiamo toppato l’appuntamento più importante della nostra vita.”

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